TFR: meglio in azienda o fondo pensione? Il confronto
di Francesco Sanzà
Il TFR lasciato in azienda o versato ad un fondo pensione?
E’ importante chiarire gli elementi distintivi fiscali, reddituali e le possibili anticipazioni per la scelta di destinazione del TFR
Il momento negativo dei mercati finanziari che ha contraddistinto il 2022 non ha risparmiato neppure i fondi pensione. Tanto che la Covip (Commissione di vigilanza sui Fondi Pensione) riferisce di rendimenti netti in calo di quasi il 10% per i fondi negoziali, di oltre il 10% per i fondi aperti e dell’11,5% per i PIP (Piani Pensionistici Individuali) di ramo III.
Al contrario, il TFR si è rivalutato dell’8,3% grazie all’inflazione.
In questo contesto, un lavoratore è normale si ponga dei quesiti, se sia meglio lasciare il TFR in azienda o versarlo a un fondo pensione. Ma andiamo per gradi: Cosa è il TFR?
Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è una parte di stipendio che si matura ogni mese (pari al 6,91%) e che può essere tenuta in azienda, rivalutata ogni anno dell’1,5% + il 75% dell’inflazione, e può essere versata ad un fondo pensione, con la rivalutazione legata all’andamento della gestione dello stesso.
Di solito viene pagato al termine di ogni rapporto di lavoro (chiamato spesso liquidazione).
Il TFR versato ad un fondo pensione, viene accumulato e pagato nel momento in cui si richiede la pensione complementare (chiamata così perché l’obiettivo primario di un fondo pensione è integrare la pensione pubblica), o in determinati casi, ovvero anticipazione, trasferimento e riscatto.
Quando si inizia un rapporto di lavoro, si hanno sei mesi di tempo per decidere se versare il suo TFR alla previdenza complementare oppure lasciarlo al datore di lavoro.
In questo secondo caso, e a secondo dei casi, il datore di lavoro può versare le somme a lui conferite presso fondi pensione negoziali o fondi aperti individuati da appositi regolamenti aziendali.
In questo caso il lavoratore iscritto, oltre al TFR, può depositare nel fondo anche un proprio contributo mensile, che verrà trattenuto direttamente dalla busta paga. Con il versamento di questa quota periodica acquisisce anche il diritto di ricevere un ulteriore contributo da parte del datore di lavoro.
Una volta scelta l’adesione alla previdenza complementare non è più possibile tornare al mantenimento del TFR in azienda, eccezion fatta per la casistica del riscatto totale.
Se si destina il proprio TFR al fondo pensione non si ha più la quota di rivalutazione fissa (quell’1,5% + 75% dell’inflazione) meglio, peggio, dipende!
Sono tanti gli elementi per fare la scelta giusta, corretta da un punto di vista oltre che soggettivo. Alcuni esempi: rendimento, orizzonte temporale, liquidabilità e fiscalità. E’ importante, fondamentale “dimenticarsi” di avere la possibilità di prelevare le somme accantonate, fondamentali per il mantenimento di un certo tenore di vita ad integrazione della pensione pubblica futura.
Il tempo, è un elemento essenziale per ogni gestione del risparmio. Quando si parla di TFR, si devo considerare solitamente un orizzonte temporale di medio/lungo periodo. Spesso si confronta i rendimenti ottenuti dalle diverse forme di previdenza complementare con la rivalutazione del TFR presso le aziende. La Relazione COVIP per l’anno 2021 riporta il confronto su diversi periodi temporali, come riportato nella figura 1.
Prendendo come riferimento il rendimento a 10 anni, la rivalutazione del TFR (quindi quella ottenuta mantenendo lo stesso in azienda) si ferma all’1,9%, a fronte di un rendimento che oscilla tra il 2,2% e il 5% per le forme pensionistiche complementari. Pertanto, la scelta di destinare il proprio TFR al fondo pensione è comunque più conveniente in termini di rendimento
Andiamo ad analizzare alcuni aspetti sopra citati.
Un’altra importante differenza riguarda la tassazione degli stessi rendimenti.
I fondi pensione beneficiano di un’imposta sostitutiva del 20% su interessi e plusvalenze realizzate anziché del 26% come gli altri strumenti finanziari.
La tassazione è invece molto differente in fase di erogazione del TFR.
Nel caso dell’accantonamento in azienda sarà soggetto all’applicazione delle aliquote IRPEF (dal 25% per redditi > di 15.000,00 euro al 43% aliquota massima) ovvera la media di tassazione dei 5 anni antecedenti la cessazione dell’attività lavorativa.
Considerando che tipicamente gli ultimi anni di carriera sono quelli che offrono retribuzioni più elevate, fatevi voi un’idea…
Nel caso di versamento al fondo pensione, al momento della “liquidazione”, sarà applicata un’aliquota massima del 15%, che decresce dello 0,3% per ogni anno di iscrizione alla previdenza complementare successivo al quindicesimo, fino a un minimo del 9%. Anche su questo punto, ad ognuno le proprie valutazioni…
Ci sono infine alcune differenze per accedere al TFR durante la vita lavorativa cioè nel caso un lavoratore dovesse richiedere somme accantonate in anticipo rispetto alla conclusione della vita lavorativa. Figura 2
E’ evidente come il TFR accantonato al fondo pensione ha più vantaggi. Un’aspetto da valutare è che quanto richiesto in anticipo al fondo pensione può essere reintegrato con uno o più versamenti che possono anche superare la soglia annuale di 5.164,57 euro e comunque in esenzione di imposta.
Altro aspetto, è il caso di un’eventuale fallimento dell’azienda per cui si lavora. In questo caso se il TFR è presso il datore di lavoro, riprendersi le somme accantonate non è né semplice né scontato.
Per concludere, è importante capire le proprie esigenze e fare un’attenta analisi magari con il proprio consulente bancario, consulente fiscale per effettuare una scelta giusta e consapevole.
Da valutare anche i probabili maggiori rendimenti, il rischio diversificato dell’investimento, la tassazione agevolata, le maggiori tranquillità per ottenere le somme durante la lunga strada della vita lavorativa di ognuno di noi.
Per approfondimenti, non esitare a contattarmi